Nel corso del consueto live di Unica Sport è intervenuto l’ex attaccante rossazzurro Michele Paolucci. Nella settimana che porta al derby di Sicilia, il bomber di Recanati (che adesso vive e gioca in Canada)  ha ricordato l’unico derby giocato contro il Palermo con la maglia numero 9 sulle spalle, il gol del 4 a 0 e l’esultanza con la linguaccia di fuori. Paolucci ha raccontato anche del post-partita quando i tifosi etnei fermarono il pullman della squadra a Gelso Bianco per festeggiare tutti insieme la roboante vittoria.

Palermo-Catania 4-0. Che ricordi…

“Ricordare la mia esperienza a Catania per me significa parlare del bello del calcio e del momento più felice della mia carriera. Ripenso spesso a quella stagione in Serie A con la maglia rossazzurra. Stamattina ridevo perchè Marco Biagianti mi ha taggato sui social in una foto di una pubblicità a Catania dove ha inserito i nomi  di Mascara, di Morimoto e di Ledesma ed il mio in ricordo di quel derby vinto 0-4 al Renzo Barbera. Quando scrivi la storia rimane lì, indelebile per sempre. Mi viene la pelle d’oca a ripensare a quella partita, brividi davvero. Ho giocato 400 partite in carriera, quindici anni di calcio ma quel derby lì fu un’emozione incredibile non paragonabile a nessuna partita. Era il mio primo vero grande derby a livello professionistico anche perchè all’andata purtroppo ero squalificato. Giocavamo contro una grande squadra con calciatori del calibro di Miccoli, Cavani, Pastore Liverani… Noi eravamo invece un mix di giovani “scalmanati” e calciatori di esperienza. In quella gara sono subentrato a Morimoto, ho avuto la fortuna di vedere dal vivo lo splendore del gol di Peppe Mascara di centrocampo. Ho girato tanto, Catania però mi è rimasta dentro perchè si vive il calcio in maniera diversa, giocare a Catania è paragonabile a giocare al Boca Juniors. Ho sempre lottato per la maglia rossazzurra, credo che sia dovuto a questo l’amore reciproco con i tifosi, questione di alchimia. ”

Il ritorno al Massimino da ex e la standing ovation

Ricordo la prima volta che sono tornato al Massimino da ex con la maglia del Siena. Era il 2014, ho fatto un gol ma non ho esultato. Abbiamo vinto 4 a 1, a dieci minuti dalla fine sono stato sostituito dall’allenatore. Ricordo la standing ovation che mi ha riservato il pubblico del Massimino. Insieme al derby, al primo gol in serie A ed alla rete control Milan è stata sicuramente l’emozione più forte della mia carriera. Il Catania era in grave difficoltà in quel periodo, ricordo che i tifosi erano molto arrabbiati e c’era un clima di contestazione. Nonostante ciò, quando sono stato sostituito la gente si è alzata in piedi per omaggiarmi, proprio in quel momento ho deciso che prima o poi sarei dovuto tornare ad indossare la maglia rossazzurra. Ed infatti nel 2016 poi sono tornato. Fu una standing ovation sentita e non me l’aspettavo.

Caso Biagianti

Premetto che non conosco la nuova società e quindi non ne posso parlare. Però posso dire che ci sono dei giocatori che seguono percorsi e dinamiche differenti rispetto alla maggior parte, per la storia, per il legame e per la fascia al braccio. Marco Biagianti è un ragazzo molto equilibrato e se parla lo fa con cognizione di causa e mai a caso. Nella sua storia a Catania ha sempre messo la squadra davanti anteponendo l’interesse del collettivo a quello personale. Non è stato il miglior biglietto da visita per la nuova società dare il ben servito ad un calciatore come Biagianti. Dal punto di vista calcistico comunque anche nell’ultima stagione aveva fatto bene, aveva dimostrato in campo che meritava di essere riconfermato. Probabilmente bisogna chiedere ai dirigenti se la decisione fosse dovuta al tecnico, ma da allenatore un calciatore del genere, con quella storia, con quel carisma, anche per una questione di spogliatoio me lo tengo stretto. Sicuramente non è stata una questione economica perché conosco molto bene Marco, la dimostrazione è la scelta di andare a giocare nel Catania calcio a 5. Mi è dispiaciuto molto, avrebbe meritato la conferma.

Un retroscena e lo zampino di Lo Monaco

Nella stagione giocata in massima serie col Catania, una volta raggiunto virtualmente l’obiettivo salvezza con 37 punti raggiunti quando ancora praticamente mancavano due mesi al termine del campionato, purtroppo non ho più visto il campo. Come se fossi andato in vacanza due mesi prima, il problema era legato al mio cartellino che era in comproprietà fra Juventus e Udinese. A Catania ero in prestito per un anno e il Direttore Pietro Lo Monaco non ha raggiunto l’accordo per riscattarmi, questo è il vero motivo per cui non ho più giocato nella parte finale di quella stagione. Hanno preferito valorizzare i giovani di proprietà del club una volta raggiunta virtualmente la salvezza. Dal punto di vista del dirigente lo capisco, chiaramente da calciatore mi ero arrabbiato molto perché sarei potuto arrivare tranquillamente in doppia cifra in Serie A. Ricordo che una delle ultime partite, Catania-Milan me la sono goduta guardandola sul televisore in barca, ero già in vacanza e non per scelta mia. Probabilmente per fare il salto di qualità nella mia carriera mi è mancata la continuità con la stessa società e con lo stesso allenatore. Il calcio è fatto di momenti, sono comunque soddisfatto della mia carriera anche se mi sarebbe piaciuto giocare competizioni come la Champions League o giocare in nazionale maggiore.

La settimana pre-derby

La settimana che porta al derby è molto particolare. Ti vengono a trovare i dirigenti al campo, magari il presidente che spesso è anche il primo tifoso. Ad inizio settimana non si ride all’interno dello spogliatoio, si lavora sodo e a testa bassa. Dai magazzinieri ai massaggiatori puoi notare la tensione sui volti di tutti, l’atmosfera diventa più rarefatta. Sono le cose belle di questo sport, sono dinamiche che non trovate scritte da nessuna parte ma è il racconto dello spogliatoio. L’ambiente si carica ed in questo ci mette lo zampino anche l’allenatore. Mister Zenga ad esempio per quel derby ci ha fatto capire in tutti i modi quanto fosse importante quella partita per la tifoseria. Lui è uno che conosce il calcio molto bene, un personaggio particolare che ha una sensibilità incredibile. Grande spessore umano, mi dispiace che non è stato riconfermato a Cagliari dopo l’ottimo lavoro svolto. Il calcio a volte non ha una logica, ed il derby non ha una sua logica, la settimana si vive in modo diverso. Il gol più bello siglato in maglia rossazzurra è quello contro il Chievo. L’ho rivisto almeno cento volte, mi affascina tanto.

F.c. Manitoba in Usl. Vi racconto il calcio canadese e la mia esperienza.

Sono arrivato in Canada tramite un agente giapponese. Viaggiare mi ha sempre affascinato ed in questo momento della mia carriera ho aperto il cassetto dei sogni. La lega canadese a cui ho partecipato lo scorso anno è nata nel 2017, una realtà del tutto nuova in cui ci sono delle opportunità incredibili. Il calcio è un mix con lo spettacolo, lo show all’intervallo, il ballo ad inizio gara ma devo dire che vi è anche un buon seguito tutto sommato. In generale ho trovato un ambiente che mi ha sorpreso ed anche delle possibilità sia a livello calcistico sia a livello economico. Mentre in Italia il settore è quasi saturo, perchè è triste vedere società sull’orlo del fallimento che non sai neanche se arrivano ad iscriversi al campionato, quì invece siamo praticamente all’anno zero. Stiamo iniziando adesso, specialmente in Canada, negli USA invece magari hanno 10-15 anni di vantaggio ma anche lì è una realta del tutto nuova. Quì ho conosciuto la famiglia Garcia, una famiglia italiana, noi giochiamo in una lega statunitense. Siamo stati sfortunati perchè il campionato per F.c. Manitoba non è mai cominciato purtroppo a causa della chiusura dei confini statunitensi per l’emergenza sanitaria legata al covid-19 però è un torneo molto bello di 80 squadre divise in circa 10 gironi diversi quindi se arrivi nelle fasi finali giochi fino in Texas o in Florida per esempio. C’è interesse, c’è marketing, ci sono sponsor e non esistono le retrocessioni o le promozioni. Voglio giocare fino a 40 anni ma penso già al mio futuro. Un ruolo dietro la scrivania mi affascina, difficilmente potrei fare l’allenatore.

di Marco Zappalà

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