L'inganno dell'identità: tra le macerie del tifo il vuoto di un'appartenenza tradita
di Federico Lo Giudice
L’identità non è una divisa che si indossa per inerzia la domenica mattina, né una sigla da rivendicare per coprire il vuoto delle proprie azioni: è un codice rigido, un senso profondo di appartenenza che richiede coerenza, valori e rispetto. Eppure, osservando le macerie morali e materiali lasciate sull’asfalto sabato 19 settembre a Catania, la parola “identità” appare nuovamente e irrimediabilmente sfigurata, svuotata di ogni significato primigenio e ridotta a un pretesto grottesco per mascherare la pura delinquenza.
Le curve degli stadi, che un tempo rappresentavano un eterogeneo ritrovo di realtà sociali della città — luoghi capaci di unire sotto un’unica bandiera differenze di classe, estrazione ed età in nome della stessa fede — oggi vedono emergere dinamiche che con il mondo ultras non hanno più nulla a che fare. A Catania, così come in molte altre piazze d’Italia, il tessuto di quel tifo organizzato si è sfaldato. Gli scontri di sabato a piazza Montessori tra un folto gruppo di appartenenti alla Curva Sud e alla Curva Nord ne sono la dimostrazione più lampante e miserabile.
Non c’era alcun pallone a rotolare, nessuna rivalità sportiva da difendere, nessun colore da proteggere. Il motivo della violenza è del tutto slegato dal contesto calcistico: quello che è andato in scena è un regolamento di conti tra fazioni, una faida tra quartieri e gruppi in contrasto per motivi che nulla hanno a che vedere con il Catania. Un tempo il tifo ultras cementava i rapporti, creava fratellanza tra chi sosteneva la stessa maglia. Oggi, invece, si assiste alla frammentazione in staterelli e bande dominate dalla ricerca di una becera e inutile supremazia territoriale, da mostrare con la clava della rissa in piena città e nel disprezzo totale anche per la sicurezza dei cittadini incolpevoli.
I protagonisti di questa guerriglia urbana hanno dimostrato, nei fatti, di non avere minimamente a cuore il Catania e le sorti della squadra. In un momento delicato della stagione, in cui la piazza e l’ambiente intero dovrebbero mostrarsi compatti per spingere e sostenere il gruppo guidato da mister Longo, c’è chi ritiene più intelligente marcare i propri confini di quartiere a colpi di cinghiate e bastoni. Parlare di “mentalità ultras” di fronte a tutto questo è un insulto alla storia stessa del movimento, questa è semplicemente una mentalità delinquenziale.
A questa deriva si aggiunge un altro silenzio complice e assordante, quello della società. La proprietà italo-australiana del Catania continua a mostrare una totale e inaccettabile indifferenza. Non ha mai preso una posizione netta in passato e non l’ha assunta nemmeno all’indomani della vergogna di sabato, voltandosi dall’altra parte come se la cosa riguardasse solo l’ordine pubblico e non l’onore del club che rappresenta.
Sarebbe gradito che il presidente Ross Pelligra, tra un brindisi di gala, un party pattinato e un corteggiamento industriale per i propri affari, si ricordasse ogni tanto di essere al vertice di una società di calcio che incarna la storia, la cultura e la dignità di un’intera città. Condannare con fermezza la violenza, prendere le distanze da chi usa i colori rossazzurri come paravento per scopi criminali ed erigere un muro morale contro la delinquenza dovrebbe essere il primo dovere di una proprietà seria. Continuare a tacere significa essere spettatori colpevoli del tramonto di una passione e complici di chi ha deciso questo tramonto.