Catania senza identità: due sconfitte, troppe incertezze e una domanda scomoda
Dopo la sconfitta contro l'Inter U23, il Catania perde anche contro il Monopoli
di Federico Lo Giudice
Due partite. Due sconfitte. Zero punti.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi al risultato. Perché ciò che preoccupa maggiormente del Catania visto contro Inter U23 e Monopoli è la sensazione che la squadra non abbia ancora trovato una direzione precisa. Una squadra confusa, sì. Ma non soltanto sul campo.
Confusa nelle gerarchie, nelle scelte, nelle prospettive. Confusa nella gestione di alcune situazioni che continuano a galleggiare in una sorta di limbo.
Dini. Di Tacchio. Caturano. Leonardi. Donnarumma. Nomi diversi, situazioni diverse, ma accomunati almeno da una domanda che, dall’esterno, resta sospesa: qual è esattamente il loro peso all’interno di questo progetto?
Non è una domanda banale. E soprattutto non è una questione esclusivamente tecnica. Perché una squadra vive anche di percezioni.
Un calciatore deve sapere di essere dentro un progetto, deve conoscere il proprio ruolo, deve percepire fiducia, deve avere la sensazione che esistano gerarchie leggibili e una direzione precisa. Quando invece tutto sembra ancora in discussione, quando una posizione oggi appare definita e domani può essere rimessa in discussione, quando il futuro di alcuni elementi sembra dipendere da dinamiche ancora non completamente chiarite, il rischio è che l’incertezza finisca per entrare nello spogliatoio. E poi, inevitabilmente, sul campo.
Non basta una lavagnetta. Il calcio non è matematica. Non basta mettere undici giocatori in campo, indicare loro movimenti, consegnare un’idea tattica e aspettarsi che tutto funzioni. Serve convinzione. Serve appartenenza. Serve sapere per chi e per cosa si sta giocando. E soprattutto serve sapere che cosa succederà domani.
Qui entrano in gioco le parole di mister Longo: «Io posso trovare correttivi, ma se in mezzo al campo non li mettiamo in pratica non so cosa ci sto a fare».
Una frase forte. Comprensibile, ma anche molto delicata. Perché è evidente che un allenatore non può giocare al posto dei propri calciatori. Se le indicazioni vengono date e non vengono applicate, una parte della responsabilità ricade necessariamente sui giocatori. Ma resta una domanda: perché quei correttivi non vengono assimilati? Perché una squadra continua a commettere gli stessi errori? Perché, dopo aver subito un episodio negativo, sembra smarrire convinzione e lucidità? Perché il gruppo non riesce a reagire? A quel punto non basta più chiedersi se il messaggio sia stato dato.
Bisogna capire se quel messaggio arriva davvero. Se viene compreso. Se viene condiviso. Se viene percepito come credibile. Perché l’allenatore non è soltanto colui che prepara la partita. È colui che deve convincere una squadra che quella è la strada giusta. E se dopo due sconfitte consecutive la squadra appare ancora fragile, interrogarsi anche sul lavoro di Longo è semplicemente normale. Non è lesa maestà. È calcio.
Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa a Longo. Ed è qui che bisogna evitare l’errore più semplice: trasformare tutto in un processo all’allenatore.
Perché c’è un’altra componente che non può chiamarsi fuori: la società. La società deve decidere. Deve spiegare. Deve chiarire. Chi è centrale nel progetto? Chi è sul mercato? Quali sono le gerarchie? Chi deve restare? Chi può partire? Quali sono le ambizioni reali?
Sono domande che non possono rimanere sospese troppo a lungo, soprattutto quando la squadra è già chiamata a trasformare le aspettative in risultati.
Perché la confusione societaria, quando esiste, prima o poi rischia di trasformarsi in confusione tecnica. E la confusione tecnica produce insicurezza. L’insicurezza genera paura. E la paura, nel calcio, è spesso la madre degli errori. Il problema non è perdere. Sia chiaro: perdere due partite non significa essere già davanti a una stagione fallimentare. Siamo all’inizio. Ma proprio perché siamo all’inizio, è il momento giusto per interrogarsi. Il problema non è soltanto aver perso. Il problema è non aver ancora capito che tipo di Catania stiamo guardando. Una squadra può perdere e lasciare comunque certezze. Può perdere per un episodio e mostrare un’identità. Può perdere una partita sporca dimostrando di volerla combattere fino all’ultimo pallone.
Il Catania, invece, sembra ancora alla ricerca della propria identità. E soprattutto sembra troppo facilmente condizionabile da ciò che accade durante la partita.
Un errore diventa una montagna. Un gol subito diventa una crepa. Una difficoltà diventa smarrimento. Una squadra ambiziosa non può permetterselo.
Adesso servono responsabilità, non alibi. A questo punto nessuno può più sottrarsi alle proprie responsabilità. I giocatori devono dimostrare di essere all’altezza della maglia e delle aspettative. Longo deve dimostrare di avere il controllo tecnico e soprattutto mentale del gruppo e di riuscire a trasformare le proprie idee in certezze sul campo. La società deve dimostrare di avere un progetto chiaro e, soprattutto, di saperlo rendere leggibile a tutti.
Tutti devono metterci la faccia. Perché non può essere sempre colpa dell’episodio, dell’autorete, della cattiveria che manca, del giocatore che non applica le indicazioni o della partita che prende una piega sbagliata. Prima o poi bisogna guardarsi allo specchio.
E oggi il Catania, davanti a quello specchio, rischia di vedere un’immagine che non gli piace. Le parole di Longo possono essere state uno sfogo. Possono essere state una scossa. Possono essere semplicemente il richiamo di un allenatore che pretende maggiore responsabilità dai propri calciatori.
Ma c’è una lettura più inquietante, che nessuno può permettersi di ignorare: e se quelle parole fossero il sintomo di una distanza che sta iniziando a crearsi tra chi guida la squadra e chi dovrebbe seguirlo? Perché una squadra che smette di credere nel proprio allenatore è nei guai. Ma un allenatore che comincia a prendere le distanze dalla propria squadra è nei guai altrettanto. E una società che, davanti a tutto questo, non riesce a fornire risposte chiare rischia di esserlo ancora di più.
Il Catania non ha bisogno di altre dichiarazioni. Ha bisogno di certezze. Sul campo. Nello spogliatoio. Negli uffici.
Perché due sconfitte possono essere soltanto un incidente di percorso. Oppure possono essere il primo campanello d’allarme di un problema più profondo.
E allora la domanda non è più soltanto: «Perché il Catania perde?». La domanda vera è molto più scomoda: «Chi sta costruendo il Catania che vediamo?».
Perché quando una squadra non ha ancora un’identità, prima di cambiare gli uomini in campo forse sarebbe il caso di capire se esista davvero un’identità precisa da difendere.
E se la risposta dovesse essere ancora «stiamo lavorando», allora qualcuno dovrà spiegare una cosa semplice: quanto tempo serve ancora per sapere, finalmente, dove si vuole andare?
A proposito...ma Pelligra dov'è?