Catania, domande scelte in casa
di Redazione
Dieci volte su quattordici. Più che un'eccezione è ormai un metodo. Anche alla vigilia della sfida con il Sorrento Emilio Longo non si è presentato davanti ai giornalisti. Al suo posto è arrivato un file video: dichiarazioni registrate in anticipo, con risposte a domande scelte e poste dall'ufficio comunicazione del Catania FC. Non una sala stampa, ma uno studio. Non un confronto, ma un monologo con la scaletta già scritta. E chi ogni settimana racconta il Catania ai catanesi si ritrova a fare da semplice ripetitore di contenuti confezionati altrove.
Il club ha spiegato la scelta con la volontà di non esporre troppo il tecnico ai media. È una motivazione che merita rispetto nelle intenzioni, ma non regge alla prova dei fatti. Una conferenza pre-gara dura in media meno di mezz’ora a settimana. Non è un assedio mediatico: è la normalità del calcio professionistico, dalla Serie A alla Lega Pro. C'è poi un paradosso. L'allenatore non viene sottratto all'esposizione: compare comunque, in video, con la stessa faccia e la stessa voce. Cambia solo chi fa le domande. A essere protetto, quindi, non è Longo dai riflettori, ma Longo dalle domande che non si possono prevedere.
Un'intervista fatta dall'ufficio comunicazione del club è un contenuto legittimo: serve ai canali ufficiali e ha il suo pubblico. Ma non è giornalismo e non può sostituirlo. Le domande di chi lavora per la società non possono incalzare, non chiedono conto di una scelta discussa, non tornano su una risposta evasiva. La conferenza stampa esiste proprio per questo. È il momento in cui chi guida la squadra spiega le proprie scelte a chi ha il compito di verificarle. Rinunciarvi dieci volte su quattordici significa decidere che quel confronto è un fastidio, non un dovere.
La stampa catanese segue il Catania ogni giorno, nei momenti buoni e in quelli difficili. Non chiede privilegi, ma la possibilità di fare il proprio lavoro. Trattarla come un rischio da gestire, e non come un interlocutore, è una mancanza di riguardo verso una professione e verso chi la svolge con passione. E non riguarda solo i giornalisti. Le domande che arrivano in sala stampa sono spesso le stesse che si fanno i tifosi al bar, allo stadio, sui social. Quando quelle domande non possono essere poste, è la tifoseria a restare senza risposte. Una piazza come Catania, che riempie gli spalti e sostiene la squadra con una passione rara, meriterebbe un dialogo vero, non un video con le risposte già pronte.
La tentazione, davanti a un video già confezionato, è la più comoda: prenderlo, tagliarlo e pubblicarlo come se fosse una conferenza stampa. È proprio la strada da evitare. Chi racconta il Catania ha il dovere di dire ai lettori come sono nate quelle parole: un'intervista realizzata dal club, con domande scelte dal club. Serve poi una voce unica. Una richiesta formale e condivisa da tutte le testate cittadine, magari con il sostegno degli organismi di categoria come l'USSI e l'Ordine dei giornalisti di Sicilia, pesa più di mille lamentele sparse. E nel frattempo bisogna continuare a fare il proprio mestiere: cercare le notizie altrove, verificare, raccontare ciò che il video non dice. Senza toni da crociata, ma senza abituarsi al silenzio.
Resta un interrogativo che va oltre l'ufficio comunicazione. La proprietà ritiene davvero professionale e corretto che l'allenatore della prima squadra salti dieci conferenze su quattordici? È questa l'immagine di club che vuole dare a una città che ha accolto il progetto con entusiasmo? Se la risposta è sì, sarebbe giusto dirlo apertamente e assumersene la responsabilità. Se è no, basterebbe una decisione semplice per cambiare rotta. Il silenzio, invece, è già una risposta: e non è quella che i tifosi rossazzurri si aspettano. Nessuno chiede al tecnico di diventare un personaggio mediatico. Basterebbe tornare alla normalità: una sala, dei microfoni, domande libere e risposte sincere, anche quando sono scomode. La credibilità di un progetto passa anche da qui. Il Catania ha tutto il diritto di organizzare la propria comunicazione. Ma comunicare non vuol dire parlare da soli. Prima del Sorrento, e di tutte le partite che verranno, il club ha ancora tempo per riaprire quella porta.