Novembre, il mese della verità
di Santo Romeo
C’è un paradosso sottile e inquietante che accompagna il cammino del Catania in questo strano campionato di Serie C: la costante convivenza con il proprio “doppio”. Come nel celebre capolavoro di Stevenson dedicato alla scissione tra il dottor Jekyll e Mr. Hyde, la formazione rossazzurra sembra vivere in una snervante oscillazione tra due identità diametralmente opposte. Da una parte la versione illuminata e travolgente, capace di incantare il pubblico e di spargere illusioni di grandezza; dall’altra la controfigura opaca e timorosa emersa al “Monterisi” di Cerignola. Una sconfitta per 1-0 contro l’Audace – la quinta stagionale in appena dodici giornate di campionato – che ha ripiombato l’ambiente etneo in una gelida e scomoda realtà.
Il problema del Catania, tuttavia, non si esaurisce in un dogmatico e sterile processo ai moduli, alla disposizione della difesa o alle rotazioni e ai cambi dalla panchina. Il vero, grande limite di questa squadra riguarda l’approccio mentale: il Catania non riesce ancora a calarsi pienamente nella dimensione della categoria e a giocare con l’atteggiamento tipico e cinico di una squadra di Serie C. Si tratta di un difetto cronico, che impedisce ai rossazzurri di affrontare le partite con la necessaria cattiveria agonistica sin dal primo minuto di gioco e, soprattutto, di mantenere questa feroce intensità per più gare consecutive. È precisamente qui che si sfilaccia la stagione. Troppo spesso la squadra pare scendere in campo frenata, quasi intimorita dall’importanza della posta in palio e dal peso della maglia, salvo poi abbozzare una reazione disordinata e tardiva quando la frittata è ormai fatta. Un andamento altalenante che taglia le gambe alle ambizioni di vertice e lascia la tifoseria in balia di un’ansia perenne. La battuta d’arresto in terra pugliese ha il sapore amaro dell’ennesima prova di maturità fallita. Nel corso del primo tempo gli uomini di Emilio Longo sono apparsi irriconoscibili, passivi e continuamente esposti alle folate degli avversari, incapaci di imporre il proprio ritmo e di tenere il pallone. Ma è proprio la dinamica con cui si è arrivati al gol dello svantaggio a rappresentare il simbolo perfetto di un Catania mentalmente fragile: subire la rete decisiva dopo una rimessa laterale regalata agli avversari per il banale superamento dei cinque secondi a disposizione è un episodio chiave, che fotografa senza pietà la mancanza di lucidità di cui la squadra soffre nei momenti di massima pressione.
Le tossine di Cerignola lasciano in dote una classifica che vede il Catania fermo a quota 19 punti, scavalcato in classifica proprio dai pugliesi e dal Sorrento (prossimo avversario al “Massimino”), mentre il Bari e la capolista Potenza provano ad allungare il passo in vetta. Ma al di là dei distacchi numerici, a preoccupare è una statistica impietosa: contro le squadre della parte alta della classifica affrontate finora, i rossazzurri hanno raccolto la miseria di 6 punti, frutto delle sole vittorie esterne contro Picerno e Casertana. Ogniqualvolta la posta in palio si alza e serve una prova di forza viscerale per scuotere il torneo, la squadra si inceppa sistematicamente.
Adesso, però, c’è un errore da non commettere: considerare il campionato già chiuso, o il Catania già spacciato, all’altezza di novembre. La stagione è ancora lunghissima e la classifica, corta com’è, offre ampi margini di recupero a chi saprà trovare la quadra. In questo senso, il mese che si para davanti rappresenta molto più di un semplice ciclo di partite: è il vero, definitivo spartiacque della stagione per il Catania e, in modo particolare, per il tecnico Longo. In un momento di turbolenza e delusione, invocare o anche solo accarezzare l’idea di un esonero sarebbe uno sbaglio strategico: l’ennesimo salto nel buio, che non farebbe altro che risucchiare il club in un “eterno ritorno”, un loop di rifondazioni continue capace di azzerare il lavoro svolto, smantellare le idee di calcio e riportare la squadra esattamente al punto di partenza. Il percorso intrapreso va difeso e sostenuto con forza, dando continuità alla guida tecnica. Cambiare adesso significherebbe accettare la sconfitta della programmazione e delegare ancora tutto all’ennesimo “nuovo progetto”.
Novembre sarà il mese dei quattro grandi appuntamenti che riveleranno l’effettiva tempra del gruppo. Per uscirne a testa alta serviranno una scossa di carattere, un patto di ferro tra spogliatoio e panchina e la ferma volontà di blindare il progetto tecnico. Il Catania ha bisogno di compattezza, non di rivoluzioni. È il momento di stringersi a testuggine e di dimostrare, una volta per tutte, di che pasta è fatta questa squadra.