Un Longo Cammino
di Santo Romeo
Sguardo fisso, tanta filosofia, posa già iconica e una storia finora complicata. L’amore tra il Catania e Longo è ancora del tutto platonico, una situationship, direbbe la generazione Z, in cui le intenzioni sono altissime ma le certezze stentano a consolidarsi. Basti pensare che le due sconfitte consecutive incassate nelle prime uscite di campionato rappresentano un unicum amaro nella storia del Catania in Serie C. Insomma, non certo il più romantico dei record da annotare sul diario di bordo. Ma, al di là dei corsi storici, è il presente a richiedere un'analisi lucida. Il calcio di Emilio Longo ha bisogno di tempo, studio e ripetizioni ossessive per essere assimilato e uscire da quei “momenti di staticità”, come definiti dal tecnico. La domanda che oggi aleggia sugli spalti del Massimino e nella testa dei tifosi è però una sola: quanto ancora si può attendere?
I dati raccontano la fotografia di una squadra a metà. Il Catania visto finora tiene tantissimo il pallone, superando costantemente il 60% di possesso palla. Ma quanto questo possesso è stato concretamente utile? I ragazzi di Longo fanno girare la sfera con ordine nel primo terzo di campo, ma finiscono per smarrirsi nel momento decisivo. La manovra diviene sterile, quasi intimorita al limite dell'area avversaria. Si tira tanto è vero, ma i goal non arrivano. A questo si sommano le disattenzioni letali nella costruzione dal basso, i troppi palloni persi in uscita e una sofferenza cronica nelle transizioni negative, quando le ripartenze avversarie tagliano in due le preventive rossazzurre.
Il vero nodo critico di questa fase iniziale sta nella reazione emotiva all'errore. In sede di presentazione, mister Longo aveva scandito un vero e proprio dogma: “Se prendiamo un gol, dobbiamo essere pronti a farne un altro”. Una dichiarazione di forza intellettuale e mentalità offensiva che, al momento, la squadra non riesce a trasformare in realtà. Al primo episodio contrario, al primo pallone vagante perso, il Catania scivola nel panico, perde le distanze e va letteralmente nel pallone, lasciando campo e certezze agli avversari. Un ribaltamento clamoroso che cambia gli scenari nel giro di pochi secondi. Basti pensare a quanto bene stessero facendo i rossazzurri nei primi 15 minuti di Monopoli. Dopo il gol, però, smarrimento totale: “ghosting”, suggerirebbero anche qui i più giovani. Idem nella gara di Coppa Italia Serie C contro il Savoia. Il Catania mantiene un possesso superiore al 70%, riempie l’area eppure il risultato finale dice: 0-3. I tiri del Savoia? Non superano la doppia cifra.
Finora, dunque, le teorie di Longo faticano a “fare calcio” a Catania. Il mister rossazzurro appartiene a quella categoria di “studiosi del gioco” giunti al professionismo dopo una lunga gavetta. Abilitatosi a Coverciano a pieni voti con una tesi fortemente innovativa e autore di pubblicazioni sulla fase difensiva, Longo ha sempre nutrito la sua visione calcistica attraverso i maestri del dogmatismo. Tra questi mentori assoluti sono certamente Arrigo Sacchi e Maurizio Sarri. Tutti tecnici che, agli esordi delle rispettive avventure — basti pensare alle prime uscite milaniste di Sacchi o all'avvio stentato di Sarri a Napoli — hanno dovuto affrontare lo scetticismo di chi vedeva nelle loro idee un'estremizzazione teorica difficile da applicare subito. E poi c’è quella iconica posa. Per chi vive e respira futbol sudamericano sarà stato impossibile non notarla. Nelle fasi concitate del match, Longo assume la tipica “Bielsa pose”, accovacciato a pochi centimetri dall'erba, con lo sguardo fisso sul prato, a studiare linee di passaggio, spaziature e movimenti. Non una parola, solo silenzio, studio e concentrazione.
E forse, a questo Catania e al suo allenatore, servirebbe proprio essere un pizzico più Loco, come il celebre tecnico argentino. Non avere paura di danzare questo tango spietato e polveroso chiamato Serie C, per riuscire finalmente a vedere viva sul campo la “cultura del lavoro” dell'ex tecnico del Crotone. Al mister spetta ora un lungo cammino, tutto in salita. Ma in fondo, come direbbe qualcuno: “Fa tutto parte del percorso”.